Il giorno della diagnosi. L'inizio della chemioterapia. Il controllo a sei mesi. La settimana in cui si aspetta un referto e nessuno in casa parla d'altro.
Perché è difficile
Un tumore non ha il decorso netto delle altre malattie: ha esami, attese, remissioni, ricadute, e ogni tappa riapre tutto da capo. Chi prega si trova a farlo per mesi o anni, e le formule si consumano — dopo la ventesima volta le stesse parole non dicono più niente. È la ragione per cui in questa malattia funziona meglio un testo nuovo a ogni passaggio che una preghiera sola ripetuta.
Anima di Cristo, santificami.
Corpo di Cristo, salvami.
Sangue di Cristo, inebriami.
Acqua del costato di Cristo, lavami.
Passione di Cristo, confortami.
O buon Gesù, esaudiscimi.
Dentro le tue piaghe nascondimi.
Non permettere che io mi separi da te.
Dal nemico maligno difendimi.
Nell'ora della mia morte chiamami.
E comandami di venire a te,
perché con i tuoi santi ti lodi
nei secoli dei secoli.
Amen.
Questa malattia ha un vocabolario tutto suo e chi ci sta dentro lo impara in fretta: i cicli, i marcatori, i controlli, la parola «stabile» che diventa una buona notizia. La preghiera funziona meglio se sta dentro quel vocabolario invece di parlare di «guarigione» in astratto — la settimana della terapia, la TAC di lunedì, i giorni tre e quattro dopo la chemio che sono sempre i peggiori.
Prega per il tempo fra un esame e l'altro. È la parte di cui nessuno parla e la più lunga: settimane in cui non succede niente e si aspetta un numero. Una riga breve e ripetuta serve lì più che nel giorno del referto.
E prega perché il dolore sia gestito, che è una cosa concreta, ottenibile e spesso mal fatta.
Una cosa da non fare
Non chiedere che «combatta». Il linguaggio della battaglia è dappertutto in questa malattia e fa un danno preciso: se guarire è vincere, non guarire diventa perdere, e chi muore diventa qualcuno che non ha lottato abbastanza. È una crudeltà che nessuno intende e che arriva comunque. Nessun testo dell'archivio parla di lotta: chiedono riparo, pietà, luce.
E non promettere niente pregando, nemmeno a te stesso. La preghiera non sposta un istogramma, non cambia una stadiazione, e presentarla come una possibilità terapeutica in più — anche solo pensandolo — mette su chi è malato la responsabilità di un esito. Se una preghiera serve a qualcosa qui, serve a non stare soli nelle settimane di attesa.
Domande
Posso averne una nuova a ogni ciclo di terapia?
Sì, ed è il caso in cui ha più senso. La novena copre nove giorni, il trigesimo trenta, e arrivano da sole. Chi è dentro una terapia non ha testa per ricordarsi di chiedere.
Si può pregare per guarire?
Si può chiedere, come si è sempre fatto. Nessuna preghiera cura un tumore e chiunque lo lasci intendere ti sta ingannando: la terapia la fanno gli oncologi.
Le formule della tradizione valgono per tutti, e per questo non nominano nessuno. Se ti serve un testo con il suo nome dentro, possiamo scriverlo.