Padre nostro

Pater noster · Preghiera del Signore

✝️ Cristianesimo — Cattolico

Scheda a cura di Salvatore Campagnese. I testi della tradizione sono trascritti da fonti indicate: come le verifichiamo.

Padre nostro, che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra. Dacci oggi il nostro pane quotidiano, e rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori, e non abbandonarci alla tentazione, ma liberaci dal male. Amen.

Quando si dice

È la preghiera che tutte le confessioni cristiane hanno in comune, e quella che si dice quando non si sa cosa dire. Nella tradizione cattolica apre e chiude quasi ogni altra devozione. Va bene detta una volta sola, lentamente, fermandosi sulla riga che in quel giorno pesa di più.

Com'è fatta

Sette domande divise in due gruppi, e la divisione è la chiave per capirla. Le prime tre riguardano Dio, e sono costruite in modo che chi prega non compaia: sia santificato, venga, sia fatta. Si chiede che una cosa avvenga senza dire chi la farà. Le quattro che seguono cambiano soggetto e diventano nostre: dacci, rimetti, non abbandonarci, liberaci. Con il pane arriva la prima parola concreta del testo, e non è un caso che arrivi dopo il regno e non prima. In mezzo sta la cerniera — «come in cielo così in terra» — e regge in entrambe le direzioni: chiude le tre domande grandi e apre le quattro piccole, dicendo che sono la stessa richiesta fatta a due misure diverse. L'unica riga in cui chi prega si impegna a qualcosa è «come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori». È una condizione, non una promessa, ed è il solo punto in cui la preghiera si volta a guardare chi la sta dicendo.

Da dove viene

La preghiera insegnata da Gesù nei Vangeli. Nella forma liturgica italiana in uso dal 2020.

Compare due volte nei Vangeli, e non nella stessa forma: Matteo (6, 9-13) ne riporta sette domande, Luca (11, 2-4) cinque, in un testo più corto e più asciutto. La liturgia ha preso quella di Matteo, che è la ragione per cui è l'unica che gli italiani conoscono. La parola tradotta con «quotidiano» è il punto più incerto del testo. In greco è epioúsios, e non compare praticamente in nessun altro luogo della letteratura antica: il suo significato è ricostruito, non letto. Girolamo se ne accorse e risolse in due modi diversi nella stessa Bibbia — supersubstantialem in Matteo, quotidianum in Luca — così anche la tradizione latina finisce per dare due risposte. La forma italiana che si dice oggi è quella della terza edizione del Messale Romano, in uso dal 2020. Ha cambiato due righe: «come noi li rimettiamo» ha guadagnato un «anche», e «non ci indurre in tentazione» è diventato «non abbandonarci alla tentazione». La seconda è la modifica discussa: la formula precedente traduceva alla lettera il latino ne nos inducas, e le si contestava di far sembrare Dio l'autore della tentazione.

Le versioni che circolano

Matteo e Luca, come detto: sette domande contro cinque. Le edizioni bibliche riportano l'una e l'altra, quindi trovarne una più breve non è un errore di stampa. La dossologia finale — «Tuo è il regno, tua la potenza e la gloria nei secoli» — non c'è nei manoscritti più antichi di Matteo, ma appare già nella Didaché, a fine primo secolo. Le Chiese protestanti la dicono attaccata alla preghiera; nella messa cattolica è separata dal Padre nostro dall'embolismo («Liberaci, o Signore, da tutti i mali»), ed è il motivo per cui un cattolico che prega da solo di solito non la dice. La versione italiana precedente al 2020 è ancora in circolazione su carta e nella memoria di tutti: «e non ci indurre in tentazione». Chi la dice così non sta sbagliando una preghiera, sta dicendo quella che ha imparato. «Debiti» o «peccati»: Matteo usa i debiti in entrambe le metà della frase, Luca i peccati nella prima e i debitori nella seconda. Le formule liturgiche seguono Matteo.

Momenti in cui si prega

Quando si dice questa

È fra le preghiere che consigliamo in queste situazioni, dove trovi anche gli altri testi che valgono nello stesso momento.

Domande

Perché è cambiato il «non ci indurre in tentazione»?
Perché la formula vecchia traduceva letteralmente il latino ne nos inducas in tentationem e in italiano si leggeva come se fosse Dio a mettere alla prova. Il Messale del 2020 ha adottato «non abbandonarci alla tentazione», che sposta il senso su ciò che si chiede davvero: non di essere risparmiati dalla prova, ma di non restarci soli. Le due versioni convivono nella memoria delle persone e nessuna delle due è una preghiera sbagliata.
Va detto anche «Tuo è il regno, tua la potenza e la gloria»?
Dipende da dove. Nella messa cattolica sì, ma dopo l'embolismo del sacerdote, non attaccato alle parole di Gesù. Nelle Chiese protestanti e ortodosse fa parte della preghiera e si dice di seguito. Da soli, nella pratica cattolica, si chiude su «ma liberaci dal male». Non è una questione di correttezza: è una questione di quale liturgia si sta seguendo.
Che cosa vuol dire «pane quotidiano»?
Nessuno lo sa con certezza, e vale la pena saperlo. La parola greca non ha altri usi noti con cui confrontarla, e le letture proposte sono almeno tre: il pane di oggi, quello che basta per vivere, quello del giorno che viene. Girolamo stesso tradusse diversamente nei due Vangeli. In pratica si prega per ciò che serve adesso, senza scorte.

Da leggere accanto

Se questa preghiera dice quello che volevi dire, l'archivio ti basta — ed è gratuito. Se invece la tua situazione ha un nome e una data che nessuna formula può contenere, possiamo scriverne una nelle forme della tua tradizione.